E’ Natale, regala l’arte!

Archivio del: 19 dicembre 2008

E’ chiaro, l’idea è nel titolo. A Natale, invece di regalare le solite cose, regala qualcosa di diverso. Non c’è dubbio che molti diranno che c’è la crisi, che ci sono cose più importanti e via dicendo. Tutto vero, ci sono cose ben più importanti e la crisi c’è ed è anche bella grossa, il fatto è che a Natale tutti fanno i regali, ognuno spende un tot del budget destinato alle spese per se stesso, poi i figli, moglie, genitori, amici e chi più ne ha più ne metta, alla fine rimane ben poco e quello che avanza non è mai abbastanza per tirare fino alla fatidica terza settimana. Pensate però al fatto che comprare un quadro per esempio, può essere un regalo per più persone, una famiglia intera, o una ditta, o la propria famiglia, pensate inoltre al fatto che regalare un quadro vuol dire regalare qualcosa che non si svaluta e che, anzi, potrebbe prendere valore nel tempo. Ora è chiaro che bisogna anche saper comprare un’opera d’arte, ma come ho sempre detto il modo migliore è basarsi sul proprio gusto personale, e non c’è bisogno di spendere la cifra che in questo momento vi sta passando per la testa. Ci sono giovani artisti che vendono a prezzi accessibilissimi, come se si stesse acquistando  una cravatta, un paio di guanti di pelle, una sciarpa, ed un profumo, si fa contenta una famiglia intera, ci si dimostra più originali, e si fa un gran bel figurone. Bisogna sconfiggere l’idea che entrare in una galleria vuol dire uscirne più povero, credetemi è tutto il contrario. Provare per credere.

The Italian Zone

Archivio del: 19 dicembre 2008

italian-zone21Lunedì 15 dicembre, partirà una nuova grande avventura che vede protagonista me insieme alla Raphael Art Gallery ed una imprenditrice australiana di nome Rosalie Rotolo Hassan, infatti la prossima settimana parte “The Italian Zone” un nuovissimo contenitore artistico culturale nel cuore dell’Australia, che parla italiano. E’ nato tutto per scherzo qualche mese fa, quando la signora Rotolo Hassan è venuta a visitare la galleria, con l’intenzione di poterla “esportare” ad Adelaide, e tra il dire ed il fare c’è voluto veramente poco. Abbiamo avviato il progetto dopo pochi giorni, il lavoro è stato intenso  e molto complicato visto le distanze ed il fuso, ed alla fine è nata questa nuova scommessa. Quindi lunedì si parte, e si parte proprio omaggiando la scommessa fatta, infatti la prima mostra s’intitola “The italian bet” - la scommessa italiana. Io ho sistemato tutto ed ho lasciato a Rosalie fare gli onori di casa, infatti non potrò essere presente all’inaugurazione per altri impegni che avevo qui in Italia già da tempo, ritornerò in Australia a marzo per l’inaugurazione della nuova mostra in calendario, sperando nel frattempo di aver vinto questa magnifica scommessa italiana.

Benvenuti

Archivio del: 19 dicembre 2008

Eccomi qua! Dopo le insistenti pressioni di mio fratello Nico e le migliaia di facce strane di chi nel mondo dell’arte vedendo il mio bigliettino da visita mi diceva: “ma come non hai un sito ? e come fai a lavorare?” mi sono anche io adattato ai tempi che corrono, anzi sfuggono. Si perchè quando pensavo di risolvere tutto con un sito di presentazione, carino, giusto per l’esigenza di gestire contatti e mail, qualcuno mi ha detto, “ma no, a te serve un blog”. E vai col blog! Certo, per capire la differenza che c’è con un sito tradizionale ho impiegato qualche tempo, ma poi alla fine sono giunto alla conclusione che sostanzialmente la differenza è che qui, sul blog, voi lettori potete aggiungere i vostri commenti, nel sito internet tradizionale no. Ovviamente accetto spiegazioni migliori, ma non subito, fatemi vivere per un po’ questa nuova convinzione.

Scrivere questa pagina di presentazione è difficile, perchè dovrei far capire in poche righe, per non tediare nessuno, cosa sarà questo sito. In verità penso che lo scopriremo insieme andando avanti, ma una convinzione non me la toglie nessuno:   questa avventura parte dall’esigenza di far conoscere sempre di più il mio lavoro, e non per la crisi che adesso va tanto di moda, ma perchè mi sono reso conto nel tempo che siamo circondati da tanti venditori di fumo nel mondo dell’arte, mentre si sono messi da parte una serie di valori che dovrebbero accompagnare in modo naturale i sentimenti artistici di ognuno di noi. Dire che l’arte non sia un business sarebbe ipocrita, ma sostenere che questo business si possa tranquillamente fare con la certezza di offrire qualcosa in più dell’opera che si vende o che si presenta è un valore aggiunto, che non cambierei per niente al mondo. L’idea di essere collezionisti e di investire solo spendendo tanti soldi è stata inculcata nel tempo da chi aveva interesse a vendere a prezzi alti opere di artisti famosi e non, portando nelle case delle persone di tutto, facendo credere che quello fosse l’investimento della vita. Ma le cose non stanno così, gli investimenti in arte sono un’altra cosa,  e per capirlo non ci vuole un genio della finanza, ma sicuramente buon gusto ed occhio critico si. Per diventare collezionisti e scommettere sugli artisti emergenti non ci vuole veramente poco, mentre saper comprare è un capitolo a parte. Prima di chiudere vi lascio con il primo dei tanti suggerimenti che nel corso del tempo ci scambieremo: la storia dell’arte ha sempre premiato la bellezza e la genialità, quindi se una cosa non vi piace non compratela, neanche se vi venisse venduta come “investimento sicuro”. La prima garanzia di un’opera d’arte siete voi stessi. Garantito!

Jean Debroux

Archivio del: 19 dicembre 2008

cle-chapeau-a-fleurs

Visitatore casuale del nostro paese, il pittore belga Jean Debroux si entusiasma e ne apprezza la cultura, le tradizioni locali salentine, le “atmosfere”. Rivela di gradire i caratteristici sapori, odori e visioni che si respirano nei borghi antichi sia di città che nelle frazioni marine.

Estroso e ispirato, compone schizzi e attimi di vita che lo colpiscono particolarmente per poi riprenderli in memoria e realizzare opere di grande e apprezzato impatto visivo.

Il suo pennello talentuoso segue una corrente artistica, il fauvismo che lo entusiasma per la libertà e innaturalezza dei colori e per l’uso di linee dure e spezzate. Piacevolmente e onorevolmente, Debroux preferisce il salento come terra eletta, rifugio dorato, seconda casa, infatti soventi sono le sue visite e le sue esternazioni di quanto stimolante sia la permanenza in un luogo così magico per se stesso sia come uomo che come artista.

Fin dall’adolescenza Jean Debroux rivela la sua inclinazione per l’arte e la pittura e inizia ad usare l’olio, aiutato soprattutto dallo zio e grande pittore Franz Willems che lo inizia sempre più in questo mondo creativo.

E genio e creatività Debroux li svela fin da subito.

Inizia a frequentare lo studio di Delvaux di cui è un discepolo di gioventù.

Durante il periodo dell’accademia che frequenta a Bruxelles incontra grandi maestri come Pol Verswyver, Alhadeff e l’espressionista Chapellier.

Approfondisce gli studi artistici esplorando le tecniche e le peculiari caratteristiche del fauvismo.

Le opere di gioventù sono in gran parte paesaggi e scorci urbani, vicine alle peculiarità dei fauves: colore puro, pennellate brevi, composizione frenetica e mancanza di interesse per la prospettiva o per la pittura realistica. Crescendo e girando il mondo Debroux ha cominciato a sperimentare altri stili. L’influenza dei suoi maestri l’ha portato a preferire colori più pacati e composizioni più discrete. Da molti anni realizza opere geometriche di influenza cubista ma con uno spiccato gusto estetico introducendo anche forme di rottura dalla tradizione del movimento picassiano. I suoi ultimi lavori mostrano l’influenza di vari stili, tra cui spicca l’arte classicista francese improntata a un chiaro orientamento verso forme realistiche, derivategli da i suoi frequentissimi viaggi in Italia. L’arte di Debroux si basa sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso incisivo del colore puro, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela. L’importante nei quadri dell’artista belga non è, come nell’arte accademica, il significato dell’opera, ma la forma, il colore, l’istinto. Partendo da suggestioni e stimoli diversi, Debroux ricerca un nuovo modo espressivo fondato sull’autonomia del quadro: il rapporto con la realtà visibile non è più naturalistico, in quanto la natura viene intesa come repertorio di segni al quale attingere per una loro libera trascrizione.

E gli stimoli e le suggestioni sono la luce, i colori vivi e puri.

Per Debroux la grandezza di ogni sua opera è data dall’immediatezza con cui la compone.

Si discosta da quella visione di riproduzione della realtà oggettiva poichè il suo è un percorso specificatamente soggettivo esaltato da un disinvolto uso dei colori per ottenere poi effetti cromatici vivaci e molto luminosi.

E’ particolarmente entusiasmante e leggiadro il fascino femminile che non sfugge all’occhio artistico di Debroux tanto da immortalarne nelle sue tele le espressioni, la grazia, la passione della donna esaltando tutto in un artificio unico di tratti e colori.

E si rivelano le movenze discrete ma audaci di una “femme pensive”, le espressioni sfuggenti ma ammiccanti di “Catherine”, la sensualità di un gesto al contempo semplice e pudico di una donna che siede, la spinta istintiva di un abbraccio materno.

E’ autentico lo stile del pennello che alterna tonalità forti e contrastanti a giochi di luce che filtrano e illuminano lati nascosti.

E’ dunque lo sviluppo dei colori e delle geometrie che rendono eccezionalmente apprezzato l’artista che presenzia nelle più importanti collezioni private di tutto il mondo.

Giocosa o materna, ammaliatrice o casta, è sempre la donna la protagonista nella vita artistica di Jean Debroux.

Marco Tommaso Fiorillo

Archivio del: 19 dicembre 2008

p1050836

Oggigiorno è veramente difficile confrontarsi con i giovani artisti sempre più pervasi dalla moda dell’arte, per intenderci quelli che sembrano delle opere colorate su due gambe che camminano, oppure quelli che cercano la denuncia a tutti i costi con il risultato di scimmiottarsi l’un l’altro, finendo poi per omologarsi e sembrare tutti uguali. Marco Fiorillo è un giovane artista talentuoso, senza eccessi, senza capelli colorati, molto serio e ricercatore instancabile della sua arte, ispirato si, ma mai uguale a nessuno. Confrontarsi con lui viene molto più facile, perché fa della sua esperienza il punto di partenza per poter affrontare il quotidiano richiamo al proprio sentimento artistico. Restauratore professionista, e artista da sempre, Fiorillo ha saputo unire le due esperienze, e nel suo studio riesce non solo a ridare vita ad opere di famosi artisti a volte dimenticati, conservati malissimo dal tempo, ma riesce a mettere soprattutto a servizio la sua bravura per la grande passione, riversando, dopo moltissima osservazione e studio, in ogni opera, i trucchi del mestiere dei maestri del passato che finiscono sotto la sua lampada di Wood.  

Appassionato della scuola napoletana, nel tempo è riuscito a cogliere gli aspetti prospettici più belli di questa corrente inserendoli in contesti nuovi, per esempio un paesaggio costaricano o l’interno di un bar, caricando i colori e donando così contrasti unici per eleganza e continuità espressiva.

Fiorillo è riuscito con gli anni a rendersi indipendente dalla pittura accademica, uscendo dagli schemi classici delle dimensioni, dando valore egli stesso alle superfici vuote, riempiendole con le sinuose forme delle muse ispiratrici, o dei paesaggi che in un determinato momento si trova dinanzi agli occhi, senza mai modificare e perfezionare le naturali proporzioni/sproporzioni, lasciando intatte le imperfette perfezioni che la natura ci dona.

         La pittura di Marco Fiorillo è pervasa dal sentimento che egli stesso porta dentro. Ogni tocco, ogni pennellata, parla di lui e di quello che ha visto e vissuto. Riesce a cogliere attimi ed istantanee che rende eterni sulla tela, non come semplici fotografie, ma come visioni cariche di ricordi e significati, ben oltre i colori e le forme che ci regala.

Raffaele Autunnale - Nuove Forme

Archivio del: 19 dicembre 2008

awilma-smalto-su-tela-80-x-100-2007

Per parlare dei lavori degli ultimi dieci anni di Raffaele Autunnale, bisognerebbe fare prima delle premesse sul significato di informale. Cosa è veramente informale? Cosa può essere senza forma? In arte ogni gesto assume forme che vanno ad affiancarsi così nell’immaginario albo delle figure. Una macchia non ha forma predefinita, ha la sua forma, non è geometrica, ma introduce se stessa in una superficie nuova, quindi si disegna nell’istante in cui è creata. Raffaele Autunnale questo concetto lo ha capito bene, e ce ne dimostra frequentemente la sua applicazione. Le sue opere più recenti sono un elogio alla “nuova” forma, alla consistenza del gesto che prende dimensioni e volumi, indicando lo spazio necessario per trasformarsi da colore puro sulla tavolozza a figura sulla tela. Crea cerchi perfetti, curve sinuose, triangoli casuali, che si trasformano in veri e propri solchi sulla tela, lasciando così lo spazio per una terza dimensione: la profondità.

Usa gli smalti Autunnale, e ne esalta ogni vantaggio, ripone sulla tela ben preparata la risultanza mai casuale di ogni gesto compiuto con il pennello in mano, vive l’intensità immodificabile dello smalto che raggiungendo la tela è velocissimo ad asciugare, quindi difficile da coprire o da riparare.

Ogni sua opera è la risultanza di uno studio mentale, qualcosa che già vede prima ancora di fare, una ricerca di libera sperimentazione sul significato vero o recondito di ogni gesto che ha preso nuova vita. Nulla di astratto, se astratto vuol dire fuori dalla realtà, ma sicuramente preso dalla realtà, come particolare, come attenzione all’infinitamente piccolo, che diventa imponente sulla tela. Autunnale è scopritore di forme, non astratte, ma estrapolate dalla realtà, nell’attimo in cui porta alla luce una nuova forma, diviene spettatore come chiunque altro si trovi di fronte all’opera in quel momento, stupendosi come chiunque altro, esaltandosi come chiunque altro. Questa la sua grandezza, questo il suo genio.

Raffaele Autunnale usa i colori per esprimere le sensazioni, lasciando ad essi il compito di dare i significati, ogni sua opera è la sintesi assoluta di studio, sentimento e sperimentazione, che trova come risultato una armonia perfetta che appaga a pieno gli occhi ed il cuore di chi ci sta di fronte.

Roberto Micolucci e il paradigma della realta’ .

Archivio del: 19 dicembre 2008

bla-pineta-allimbrunire

La poetica artistica dal‘900 fino ai nostri giorni si è misurata spesso e volentieri con atteggiamenti rivoluzionari, stravaganti, bizzarri e di rottura, il POP in tutte le sue versioni è stato forse l’apice di questa ricerca del diverso ma al contempo fruibile per tutti. Altri movimenti ed i loro esponenti in questo ultimo secolo, hanno rotto gli schemi del sentimento artistico classico, si pensi a Fontana, Manzoni, Burri, etc.

Da qualche anno è entrato a pieno titolo nell’ideale albo degli artisti “rivoluzionari”, e non per forza blasonati e famosi, che con il loro genio hanno saputo creare e dare vita ad elementi che in nessun modo in tempi più lontani avrebbero potuto trovare posto nel cosmo artistico, Roberto Micolucci.

Artista dallo spirito libero e fiero, nella sua arte ci fa incontrare la natura non ritraendola e basta, ma facendoci fare esperienza di essa. Tramite un legnetto, una pietra, la sabbia, ci fa sperimentare e guardare attraverso. Ogni sua opera è un viaggio, sembra di vedere l’acqua, di sentire il sole sulla pelle, di toccare il ghiaccio, ci fa sentire parte dell’opera ognuno a suo modo, ognuno portando se stesso di fronte all’opera. La tecnica, il modo e la maniera di rendere unico ogni suo quadro si sposa con l’artisticità ed il sentimento che Micolucci ha da sempre per il bello. Il senso d’incompiutezza e di perfezione allo stesso tempo ci inducono a pensare ad uno studio intenso di Micolucci di tutto quello che lo circonda.

Micolucci, infatti, è l’artista che ti immagini, senza eccessi, senza montature, quasi ascetico, sempre alla ricerca, uno spirito inquieto (mai questa parola fu più positiva come in questo caso) pronto a cambiare prospettiva e a cambiarsi per una grande intuizione avuta. Nei suoi quadri ritrae il mondo che c’è, scompone e ricompone, articola, sperimenta e fa sperimentare, ha la pretesa di fissare un orizzonte che l’occhio umano non vedrebbe, regala suggestioni e sensazioni, con la consapevolezza che l’arte non vuole mettere un punto di fine, ma regalare sentimenti che come tali suscitano ricordi veri, ampliano la visuale, mettono le ali, e muovono l’anima.

Nei suoi dipinti, non c’è nulla di casuale, egli ritrae quello che vede dalla sua finestra, mette al centro il cosmo che lo circonda e libera gli occhi dalla catena del limite.

Nulla di irrazionale! In Micolucci vive la consapevolezza che l’artista è un “mezzo” per arrivare oltre, come un grande traghettatore, che mette a nudo la propria intelligenza trasformandola in genio, e ne accentua i contorni con l’espressione artistica appunto.

Nei dipinti Micolucci inserisce spesso la tavolozza e la mette a disposizione di chi guarda come ad indicare quella sua particolare strada per arrivare all’opera finita. Micolucci indica una sua personale strada, e non lo fa solo con i colori, ma usa anche legno, sabbia, conchiglie, pietre, e con le stesse ombre crea un movimento unico per stile e creatività.

La grandezza di questo artista è proprio la sua semplicità, mai comune, piena di significati, ricerca e studio.

L’arte di quest’artista non deve essere solo vista, ma anche toccata, annusata, saggiata, le sue opere sono paradigmi della realtà tutta, suggeriscono nuovi modi di vedere tutto quello che c’è sotto il cielo, regalando colori che per distrazione ultimamente chi vive non vede.

Tonino Caputo

Archivio del: 19 dicembre 2008

q60-x-80-senza-titolo

Io faccio parte di quel genere di umanità che ama costruire e non distruggere e per questo spero, dipingendo, di non fare qualcosa che poi debba distruggere o rinnegare… …mi auguro, un giorno, di riuscire a cambiare quello che fino ad oggi sto facendo con grande soddisfazione. Non so cosa farò (altrimenti l’avrei già fatto) ma sono certo che prima o poi arriverà una nuova benedetta intuizione, e allora ci sarà da divertirsi.

Tonino Caputo

 

Quando ho conosciuto Tonino Caputo ho avuto la sensazione di stringere la mano ad un pezzo di storia dell’arte, il suo sguardo intenso e la sua grande vitalità “parlano” da soli, si legge sul volto tutta la sua vita spesa per l’arte e per l’affermazione di essa. Nato a Lecce nel 1933 ed emigrato a Roma ancora molto giovane, Tonino Caputo è il salentino più apprezzato nel panorama artistico internazionale per la sua arte ispirata, attraente, mai banale. Amico d’infanzia di Ugo Tapparini, Antonio Massari ed Edoardo De Candia con i quali ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’arte, Caputo si può definire un grande viaggiatore, ha vissuto tra le altre, in Francia, Spagna, Svezia, Australia e Stati Uniti.  Artista eclettico, ha saputo cambiare negli anni i gesti e le forme di quell’arte che un tempo i critici chiamavano informale (senza forma appunto) che lui ha sempre rinnegato affermando che ogni gesto assume forme e geometrie, modificandole in compostezze geometriche, la cui unica fonte di rottura è data dal colore che irrompe nell’esatta griglia delle forme. Caputo oltre ad essere un’artista apprezzato e stimato in tutto il mondo, è anche un maestro di tecnica, infatti molte opere sono fatte con l’ausilio di righe e compassi, pronti a ricreare in modo esatto gli skyline delle città, o la perfezione di un balcone. Non usa olio ma tempera alla caseina, antico e nobile pigmento ormai non più in uso tra gli artisti, ma che Caputo sa usare benissimo dando alle sue opere un effetto di sospensione e rigidità, che le rende uniche ed inimitabili. Ogni opera di Caputo è riconoscibilissima, c’è la sua mano, c’è la sua tecnica, c’è la sua identità creativa, unica, esclusiva, irripetibile. Ritrarre la presenza di qualcosa che non c’è, è la sua genialità, infatti i perfetti scorci newyorkesi, così come l’accavallarsi di città italiane su quelle americane oppure lo skyline di torri antiche viste come si vedrebbe Los Angeles, sono le opere che lo hanno consacrato, proprio per questo strano gioco di forme e colori, così veri, che sembra quasi di sentire i rumori e la quiete, lo smog e i profumi di un tempo, solo ed esclusivamente guardando la tela. Il protagonista di un quadro di Caputo è chi lo guarda, che mettendosi di fronte regala il compimento a quell’opera nata per essere finita dallo sguardo altrui, proprio come una città o tutte le cose che sono state fatte per rendere protagonisti chi le vive. Caputo regala ai protagonisti i contenitori, le intuizioni, i colori, compie le tele con grande maestria e vero sentimento, con grande intelligenza non lascia al caso le sfumature, ed alla fine è come se facesse un passo indietro sul palcoscenico, per lasciare spazio agli occhi che andranno a completare l’opera. Non c’è traccia di smarrimento nei suoi quadri, ma di voglia di completezza e di perfezione di forme e di gesti. L’arte per Caputo è il sangue che gli scorre nelle vene, è il sentimento del bello visto e da vedere, è la ricerca della compiutezza con la consapevolezza che questa finitezza non è data da se stessi. Questo concetto lo capì bene Piero Manzoni che dopo aver conosciuto Caputo, lo certifica come “opera d’arte vivente perenne” numero tre, dopo Capogrossi e Fontana, con tanto di autentica e firma. Negli ultimi anni vive tra la campagna romana e New York, dove è molto apprezzato e stimato. Ha fatto mostre in tutto il mondo ed hanno scritto di lui tutti i più grandi critici.