Franco Baldassarre: ovunque è qui
Parlare di un artista come Franco Baldassarre è al contempo cosa ardua e facile. Ardua perché di lui hanno detto molto in tantissimi, e perché la sua poetica artistica ha il dono di essere intelligibile universalmente, di contro, la facilità nasce dai sentimenti sempre nuovi che questa meravigliosa e personalissima poetica scaturisce.
Le visioni di Baldassarre riproducono la gioia di vivere, la festa, lo splendore del momento felice, lasciando infondo un retrogusto malinconico, per quel momento ritratto che come tutte le cose prima o poi finirà. Baldassarre blocca i momenti senza sentimentalismi, la banda che suona così come la folla festante, sono lì adesso, non sono il ritratto di qualcosa che è stato, ma vivono nell’opera. Sicuramente si ispira a scene e colori del suo Salento, ma in verità le sue opere non hanno tempo e spazio e per questo non sono collocabili in un determinato posto, anzi raffigurano l’ovunque, il mondo nella sua totalità, come una lente d’ingrandimento sul più piccolo e più piccolo ancora fino ad arrivare alla festa di qualunque paese, coi colori di qualunque terra e la gioia senza frontiere. Anche I suoi clown non sono collocabili, sono i clown di Baldassarre che “vivono” li, pronti ad entrare in scena quando vengono scoperti, quando la luce irrompe, a far riemergere i colori. La sua tecnica è sorprendente per resa ed effetto finale, infatti usa gli acrilici sul legno, come se fossero smalti, rendendo una lucentezza ed un contrasto di colorazione da manuale, con le trasparenze in sovrapposizione come se stesse usando l’olio o la tempera alla caseina. E sicuramente questo è l’unico segreto che Baldassarre non rivelerà mai a nessuno, lasciando così la voglia di interrogarsi e di scrivere ancora su di lui per molto e molto tempo ancora, cercando di rendere omaggio a quella complicata semplicità delle sue opere, e alla semplice grandezza dell’uomo e dell’artista.
Quello strano (ri)ciclo.
claudia piccoli: 14 febbraio 2009 | 07:35 |
buon giorno…il mio più grosso dilemma è…ma come fa un artista “giovane” ad emergere?…tutti cercano di spellarti vivo, ti chiedono soldoni, per poi, fare quello che bene o male potevi fare da solo!
ma come si fa?
quali sono i canali giusti?
admin: 14 febbraio 2009 | 17:48 |
Gentile Claudia, i canali giusti sono quelli uguali per tutti, l’unico problema è quello che non tutti incontrano professionisti seri. Che l’arte sia un business serio e molto proficuo non è scoperta di ora, il punto sta nell’affidarsi ai professionisti giusti e cercare di sbagliare il meno possibile. Il perchè uno emerga e molti altri no, rimane a mio parere un dilemma da chiudere nella sfera dei misteri, a volte è incapibile se si guardano le cose con gli occhi dell’arte altre volte si prende in considerazione il puro business, allora il concetto cambia… certa rimane una cosa, l’artista con l’idea INNOVATIVA di rottura dei tempi, ci vuole più o meno tempo, ma sicuramente verrà fuori. La storia è piena di artisti che sono diventati “grandi” solo dopo la morte, non dico nulla di nuovo. Per terminare, posso affermare che lavorare nel mondo dell’arte vuol dire far parte di un sistema tra quelli a cui più viene chiesto di investire su se stessi, organizzando mostre, facendo scrivere il critico, o investendo in pubblicità, questo fa parte di un ciclo: più uno fa conoscere se stesso più ha possibilità di vendere, più possibilità ci sono di vendere più vende, più vende più guadagna, più guadagna più reinveste. Vale per tutto a vari livelli, purtroppo vale anche per me vale anche per lei e per i galleristi, e mi creda vale anche per tutti quelli che dicono di essere fuori da questo giro, che piaccia o no.
La saluto.
Marina Martucci
Marina Martucci è una giovane pittrice. Di quelle talmente avvolte nel sentimento dell’arte che sembrano essere parte integrante delle proprie opere. Marina conclude con se stessa le sue creazioni a tal punto da divenirne “ingrediente” finale di quello che dal suo genio viene fuori. Artista mentale a tutto tondo, senza mezzi termini, senza eccessi e manie di protagonismo, Marina si svuota dinanzi alle sue opere riuscendo a dare un pezzo della sua anima a quei piccoli grandi capolavori che partorisce.
Pittrice geniale, sperimentatrice di ogni nuova tecnica che accompagna sempre con tecniche antiche, le sue opere devono essere guardate per farle vivere, perché quando si abbassano gli occhi scompaiono dietro ai significati che si portano dentro.
Introspezioni dell’animo, desiderio di compiutezza, e consapevolezza di essere creature finite, sono gli ingredienti comprimari delle opere di Marina, che accompagnati dall’uso dei colori fanno venir fuori lo spessore della domanda di significato che ognuno di noi ha. Saggia utilizzatrice dell’arte, si mette alla prova sperimentando sfumature in-naturali che sembrano essere nate per essere li in quel momento, coglie particolari microscopici della realtà riportandoli sulla tela ingranditi e connessi come sol cosa, inserisce l’ombra con maestria d’altri tempi, non disegnandola, ma portando la luce esterna come attrice non protagonista dei suoi quadri, regalando così degli effetti continui come se l’opera fosse desiderosa di essere in-finita. Già e non ancora!
Per parlare di Marina sarebbe facile recuperare una correlazione immediata con la poesia, il rumore della crescita dell’erba, l’interiore necessità di attribuire significati alle cose, o le idealità assolute, né materiali né psicologiche di maestri del passato, oppure parlare di astrattismo come arte che non riproduce il visibile ma rende visibile. Eppure Marina è tutto e nulla di questo, crea il visibile e quello che non si può vedere, crea reticoli, tessiture, intrecci pittorici che piano piano si fanno “incontri” con la linea, col punto, col segno, con l’elemento spaziale, con la struttura della pittura e con la forma che ne scaturisce. Ogni sua opera è accompagnata da una poesia che non è altro che la parola di quello che ci è dato da vedere.
Guardare avanti con ottimismo, il duro lavoro del vero artista.
Domanda posta da Marco C. via posta elettronica.
Gentile dottor Renna,
Qual’e’ secondo Lei oggi la maniera per un artista per essere valorizzato? E’
possibile che molte gallerie cerchino pittori quotati mentre per essere,per
l’appunto quotati, bisogna fare mostre? Credo sia spesso come il cane che si morde la coda.Ho iniziato da poco un mio percorso artistico, anche se dipingo da piu’ di vent’anni,ho fatto gia’ alcune mostre ma spesso il massimo comune denominatore e’ il buiseness di cui l’artista non ne fa quasi parte, anzi….Spero possa togliermi, come credo, queste curiosita’ e guardare avanti con ottimismo.
Ringrazio sentitamente.
Marco C.
—————————————————————————————–
Gentile signor Marco C.,
la risposta alla sua domanda è nella domanda stessa: bisogna guardare avanti con ottimismo. A volte è difficile altre è impossibile, ma bisogna andare avanti. A mio parere un artista al giorno d’oggi per essere valorizzato ha bisogno di essere conosciuto e riconoscibile, ma per realizzare ciò non si deve perdere di vista il concetto di arte che si vuole comunicare anzi, deve diventare un modello di riferimento per gli occhi del pubblico che si ha difronte. Per non creare fraintendimenti sul significato delle parole cercherò di spiegarmi meglio:
Essere conosciuti:
L’arte per essere tale deve essere messa in piazza, deve essere di chi si identifica nell’opera e nell’artista che l’ha creata. Pensi alla musica, pensi al compositore che sa di avere dentro di se la più bella melodia mai scritta fin d’ora, finchè altre orecchie non sentiranno quella musica, sia la melodia sia l’idea del compositore rimarranno nel limbo del nulla. Ecco riporti adesso questo discorso alle sue opere, una volta venute fuori dal suo genio e dal suo lavoro sarebbero incomplete se non ci fossero altri occhi a chiudere il cerchio.
Essere riconoscibili:
Bisogna dare dei punti di riferimento anche quando si cerca di migliorarsi, bisogna creare nuovi colori, sperimentare nuove tecniche, dare anima anche agli errori che si fanno sulle opere. Questo vale per tutti non solo per gli avanguardisti o per i manieristi, tutti dovrebbero mettere una firma all’interno del lavoro che reralizzano, non tra le righe ma più nell’intimo ancora.
Quindi, caro signor Marco, guardi avanti con ottimismo, aggiunga se stesso nell’impasto dei colori, e “regali” al mondo le sue opere, vedrà che tutto il resto andrà in secondo piano sia per lei sia per il gallerista di turno. E se tutto questo deve passare da pagine pubblicitarie, da critiche, da mostre, da cataloghi e altre spese varie, ben venga, ma a condizione che si creda veramente in ciò che si vuole trasmettere, altrimenti è bene lasciar stare.
Spero di aver risposto alla sua domanda. La saluto.
Unicità, tecnica, idea e critica: 4 criteri per non sbagliare un acquisto
Domanda posta da Giuseppe G. via posta elettronica.
Gentile dottor Renna, vorrei sapere se a suo parere esistono dei criteri per non sbagliare l’aquisto di un’opera d’arte, e come si fa a giudicare se un’opera di un giovane artista valo o no?
Grazie. Giuseppe G.
———————————————————————————————-
Gentile sig Giuseppe,
Per prima cosa bisogna capire che cosa è un’opera d’arte e quale differenza c’è con l’artigianato o con una qualsiasi altra forma di complemento d’arredo. Sarebbe facile affermare che l’opera d’arte è la creazione dell’artista ma presupporrebbe il saper riconoscere chi è un’artista.
Allora andiamo per ordine.
La definzione di opera d’arte potrebbe essere la seguente: (opera pittorica, materica, fotografica etc.) risultato concreto di una attività nata dall’estro e dal genio di chi per professione o per diletto usa tecniche atte a creare espressioni di valore estetico, mettendo in atto esperienza e ricerca, imparata dalle scuole o appresa da soli.
Ma questa definizione è mancante di troppi elementi per esaurire il significato di quello che stiamo cercando, proviamo quindi a capire più a fondo che cosa fa di un prodotto, venuto fuori dalle mani di un essere umano, un’opera d’arte.
Prima di tutto l’unicità.
Attenzione non necessariamente unicità sta per “pezzo unico”, ma sicuramente per opera prima, cioè opera venuta fuori dal genio di un singolo o di un gruppo che prende ispirazione dal proprio estro. Quindi escludiamo le copie, gli omaggi troppo espliciti ad altri artisti, anche se in alcuni casi i secondi superano i primi per bravura, escludiamo le serigrafie, e sicuramente escludiamo i poster anche se ritraggono foto artistiche. Includiamo sicuramente i multipli scultorei non superiori a 12, le opere “gemelle” fatte dallo stesso artista (per esempio due quadri molto simili, per quanto simili possano essere non saranno mai uguali), i bozzetti e le prove d’autore 1/1.
Questo non vuol dire che ciò che abbiamo escluso non debba avere un mercato proprio, ma se dobbiamo stare ad analizzare il significato di opera d’arte non possiamo includerli nella lista.
Secondo fattore: la tecnica.
La tecnica è molto importante perché rende armoniosa un’opera, anche quando si vuole sottolineare delle sproporzioni, ed in più fa si che l’opera finita non sia piatta, non abbia trasparenze fuoriluogo, i colori non si mischino indistintamente, etc. Facciamo alcuni esempi: imparare a leggere le proporzioni è molto importante per chi fa figurativo, non avrebbe senso fare un classico nudo con una gamba più grossa o più lunga dell’altra, oppure anche volendola fare bisogna dare un significato al perché si è fatto. Dare profondità ad un dipinto, o far si che una scultura abbia una base abbastanza solida che non rubi la scena all’opera d’arte, sono entrambe questioni di tecnica, che non è altro che la risultanza di ricerca, studio e sperimentazione.
Terzo fattore: l’idea
Concetto ben diverso dal primo e dal secondo appena presi in esame, l’idea artistica è la spina dorsale dall’opera finita.
L’artista, quando sviluppa un tema, crea elementi sufficienti per poter esprimere un percorso finale. A volte questi percorsi sono ovvi anche a chi l’arte non la mastica, ma in alcuni casi bisogna ricercare l’idea che ha fatto scaturire quell’opera finita. Spesse volte, se si conosce una buona fetta della produzione dell’artista, l’idea si evince dal percorso artistico, altre volte l’idea è quella che ha suscitato nello spettatore, ma sicuramente il quid che da valore all’opera è il concetto che essa porta. Esempio: Un “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana porta in se alcuni fattori rivoluzionari e soprattutto esalta i tre concetti che abbiamo appena preso in esame. Vediamoli: unicità, perché chiunque buchi una tela o inserisce dei tagli dovrà subire il paragone con le opere di Fontana, tecnica, perché la risultanza dei tagli non è casuale, così come non sono casuali i supporti che tengono tesa la tela etc., idea, perché nessuno prima di lui aveva mai osato cercare una alternativa alla dimensionalità e per intenderci non aveva mai bucato una tela. Quella era un’opera d’arte!
Ma non bisogna scomodare artisti blasonati per avere sul muro di casa una vera e propria opera d’arte, difatti il quarto fattore che prenderemo in esame è la critica.
Il concetto di critica però è ben diverso da quello che per troppi anni ci hanno voluto far credere, “se un’opera piace al determinato critico è arte altrimenti è buono per il fuoco”, la critica che dobbiamo prendere in esame è il nostro insondabile giudizio! Mi piace o no?
È ovvio che ciò non vuol dire che quello che ci piace è arte e quello che non ci piace no, ma questo giudizio ci permette di poter valutare quello che ci attrae dando un valore (e non parlo di denaro) a quell’attrazione e cercando di chiederci perché secondo noi una cosa è bella.
Che cosa la fa bella? Rispondere a questo quesito è il primo passo per poter guardare un’opera in modo critico ed iniziare a dare un peso agli elementi estetici che essa porta in se, senza fare confronti con le altre opere che piacciono meno o affatto, ma giudicando quella che si sceglie.
Per concludere, giudicare un’opera d’arte è un esercizio soggettivo che però segue alcune regole oggettive, difatti il giudizio estetico o critico del quarto punto preso in esame, deve tener conto dei primi tre, e soprattutto non deve mai squalificare qualcos’altro. Per capirci, giudico in base ad un’attrazione, valuto le dinamiche estetiche e tecniche che ho di fronte, do un valore critico emozionale, non faccio paragoni, decido se chiedere il prezzo.