Unicità, tecnica, idea e critica: 4 criteri per non sbagliare un acquisto

Data 3 febbraio 2009
Categoria Domande e risposte, Pensieri |

Domanda posta da Giuseppe G. via posta elettronica.

Gentile dottor Renna, vorrei sapere se a suo parere esistono dei criteri per non sbagliare l’aquisto di un’opera d’arte, e come si fa a giudicare se un’opera di un giovane artista valo o no?

Grazie. Giuseppe G.

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Gentile sig Giuseppe,

Per prima cosa bisogna capire che cosa è un’opera d’arte e quale differenza c’è con l’artigianato o con una qualsiasi altra forma di complemento d’arredo. Sarebbe facile affermare che l’opera d’arte è la creazione dell’artista ma presupporrebbe il  saper riconoscere chi è un’artista.
Allora andiamo per ordine.
La definzione di opera d’arte potrebbe essere la seguente: (opera pittorica, materica, fotografica etc.) risultato concreto di una attività nata dall’estro e dal genio di chi per professione o per diletto usa tecniche atte a creare espressioni di valore estetico, mettendo in atto esperienza e ricerca, imparata dalle scuole o appresa da soli.
Ma questa definizione è mancante di troppi elementi per esaurire il significato di quello che stiamo cercando, proviamo quindi a capire più a fondo che cosa fa di un prodotto, venuto fuori dalle mani di un essere umano, un’opera d’arte.
Prima di tutto l’unicità.
Attenzione non necessariamente unicità sta per “pezzo unico”, ma sicuramente per opera prima, cioè opera venuta fuori dal genio di un singolo o di un gruppo che prende ispirazione dal proprio estro. Quindi escludiamo le copie, gli omaggi troppo espliciti ad altri artisti, anche se in alcuni casi i secondi superano i primi per bravura, escludiamo le serigrafie, e sicuramente escludiamo i poster anche se ritraggono foto artistiche. Includiamo sicuramente i multipli scultorei non superiori a 12, le opere “gemelle” fatte dallo stesso artista (per esempio due quadri molto simili, per quanto simili possano essere non saranno mai uguali), i bozzetti e le prove d’autore 1/1.
Questo non vuol dire che ciò che abbiamo escluso non debba avere un mercato proprio, ma se dobbiamo stare ad analizzare il significato di opera d’arte non possiamo includerli nella lista.
Secondo fattore: la tecnica.
La tecnica è molto importante perché rende armoniosa un’opera, anche quando si vuole sottolineare delle sproporzioni, ed in più fa si che l’opera finita non sia piatta, non abbia trasparenze fuoriluogo, i colori non si mischino indistintamente, etc. Facciamo alcuni esempi: imparare a leggere le proporzioni è molto importante per chi fa figurativo, non avrebbe senso fare un classico nudo con una gamba più grossa o più lunga dell’altra, oppure anche volendola fare bisogna dare un significato al perché si è fatto. Dare profondità ad un dipinto, o far si che una scultura abbia una base abbastanza solida che non rubi la scena all’opera d’arte, sono entrambe questioni di tecnica, che non è altro che la risultanza di ricerca, studio e sperimentazione.
Terzo fattore: l’idea
Concetto ben diverso dal primo e dal secondo appena presi in esame, l’idea artistica è la spina dorsale dall’opera finita.
L’artista, quando sviluppa un tema, crea elementi sufficienti per poter esprimere un percorso finale. A volte questi percorsi sono ovvi anche a chi l’arte non la mastica, ma in alcuni casi bisogna ricercare l’idea che ha fatto scaturire quell’opera finita. Spesse volte, se si conosce una buona fetta della produzione dell’artista, l’idea si evince dal percorso artistico, altre volte l’idea è quella che ha suscitato nello spettatore, ma sicuramente il quid che da valore all’opera è il concetto che essa porta. Esempio: Un “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana porta in se alcuni fattori rivoluzionari e soprattutto esalta i tre concetti che abbiamo appena preso in esame. Vediamoli: unicità, perché chiunque buchi una tela o inserisce dei tagli dovrà subire il paragone con le opere di Fontana, tecnica, perché la risultanza dei tagli non è casuale, così come non sono casuali i supporti che tengono tesa la tela etc., idea, perché nessuno prima di lui aveva mai osato cercare una alternativa alla dimensionalità e per intenderci non aveva mai bucato una tela. Quella era un’opera d’arte!
Ma non bisogna scomodare artisti blasonati per avere sul muro di casa una vera e propria opera d’arte, difatti il quarto fattore che prenderemo in esame è la critica.
Il concetto di critica però è ben diverso da quello che per troppi anni ci hanno voluto far credere, “se un’opera piace al determinato critico è arte altrimenti è buono per il fuoco”, la critica che dobbiamo prendere in esame è il nostro insondabile giudizio! Mi piace o no?
È ovvio che ciò non vuol dire che quello che ci piace è arte e quello che non ci piace no, ma questo giudizio ci permette di poter valutare quello che ci attrae dando un valore (e non parlo di denaro) a quell’attrazione e cercando di chiederci perché secondo noi una cosa è bella.
Che cosa la fa bella? Rispondere a questo quesito è il primo passo per poter guardare un’opera in modo critico ed iniziare a dare un peso agli elementi estetici che essa porta in se, senza fare confronti con le altre opere che piacciono meno o affatto, ma giudicando quella che si sceglie.
Per concludere, giudicare un’opera d’arte è un esercizio soggettivo che però segue alcune regole oggettive, difatti il giudizio estetico o critico del quarto punto preso in esame, deve tener conto dei primi tre, e soprattutto non deve mai squalificare qualcos’altro. Per capirci, giudico in base ad un’attrazione, valuto le dinamiche estetiche e tecniche che ho di fronte, do un valore critico emozionale, non faccio paragoni, decido se chiedere il prezzo.

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6 commenti a: “Unicità, tecnica, idea e critica: 4 criteri per non sbagliare un acquisto”

  1. Umberto Cesino: 4 febbraio 2009 | 21:08 |

    In genere non amo molto leggere ciò che scrivono i “critici d’arte”, almeno quelli contemporanei, con le dovute eccezioni. Lei rappresenta, a mio parere,una di queste rare e piacevoli eccezioni. Le spiego anche perché:
    -ho letto tutto il suo articolo con molto interesse, cercando qualcosa che tradisse un po’ di malafede oppure un po’ di opportunismo per ingraziarsi il lettore. Ho trovato solo trasparenza e chiarezza nel trattare una materia, oltretutto, difficile e spesso resa ambigua da chi la usa come orticello per coltivare meri interessi personali o di parte.
    Grazie, Umberto Cesino.

  2. filippo: 11 febbraio 2009 | 22:35 |

    Caro Dottor Renna una volta tanto ho scoperto di avere sempre dato buoni consigli a mia moglie che amava delle carte numerate credendo di fare grandi investimenti ,solo perche’ le stesse erano firmate da grandi artisti. io prudentemente ho sempre preferito oli o misti ,purche’ opere uniche a tal proposito volevo sapere come mai i galleristi quando vendono una carta sembra che ti stanno facendo fare un grande affare,quando vai per permutare ti sorridono come se fossi un poveretto ,il critico cosa pensa delle carte.

  3. nico: 11 febbraio 2009 | 23:19 |

    L’arte contemporanea risulta incomprensibile a chi non conosca la sua storia recente. Riesce davvero difficile per chiunque non abbia una discreta frequentazione capire in quale modo un determinato oggetto diventi arte e attraverso quali procedure di verifica.
    La ricerca accademica negli ultimi decenni è cresciuta molto nell’indagine di questi processi di attivazione creando schiere di “procuratori” d’eventi e di mediatori culturali i quali, soprattutto nel libero contesto espositivo delle gallerie, si ingegnano di trovare sistemi di visibilità per le loro scelte. Queste modalità di selezione e di continuo aggiornamento hanno certamente aiutato il sistema dell’arte a raggiungere una visibilità ed una credibilità prima irraggiungibile. D’altra parte è pur vero che le professionalità create formativamente dalle istituzioni non avrebbero senso se private del territorio complesso e variabile del sistema mercantile, le gallerie d’arte dove accadono determinati eventi e che garantiscono una continuità produttiva agli artisti. Il problema reale della comprensione dell’arte contemporanea oggi quindi non è nella sua visibilità, poiché chiunque può rendersi conto di quanto essa appaia. Cattelan sulla copertina del magazine del Corriere della Sera non è un caso. La sua figura sigla nell’immaginario ed identifica il nuovo concetto d’artista a cui molto è concesso anche in termini di credibilità, laurea, mercato, stile di vita. Ogni settimanale che si rispetti produce molti servizi sull’arte contemporanea e quasi sempre con un’impronta adeguata professionalmente, in cui si può soltanto intravvedere lo sforzo e la determinazione di chi attraverso questi sistemi di comunicazione vuole dimostrare e dare maggiore visibilità alle forme varie del contemporaneo. La difficoltà è semmai nelle spiegazioni da dare a chi vede nel complesso fenomeno dell’arte qualcosa di incomprensibile.
    Le molte occasioni di eventi internazionali, adesso proliferanti un po’ ovunque, riescono a raggiungere la pagina della rivista non specialistica, l’informazione televisiva. Ciò che solo qualche anno fa riusciva impossibile è adesso cronaca quotidiana. Ampi servizi ci raccontano di eventi anche lontani, la nascita di nuovi settori di ricerca. L’informazione non manca, ed è anche ben confezionata. Eppure l’ampia schiera di critici e curatori attualmente al lavoro deve accettare un dato di fatto: chiunque può accedere all’informazione ed alla cura riassuntiva dei fatti contemporanei ma nessuno può in alcun modo produrre qualcosa che vada al di là di quanto sia prodotto all’interno del sistema di mercato. Si dirà che questo è un bene, e naturalmente con un occhio allenato alla realtà si potrebbe affermare che è la giusta legge del libero mercato e così tutto rimane al suo posto. Questo è il miglior sistema possibile e non ci sono alternative. Tuttavia il discorso implica alcune problematiche che soltanto un giudizio superficiale potrebbe disconoscere. Un libero mercato si regge sulla domanda e sull’offerta. A questi parametri vanno aggiunte alcune coordinate imprescindibili. La pubblicità, la veridicità e la tenuta dei lavori di un artista nel nostro caso: la qualità insomma da sola non basta, ci vuole anche chi se ne interessi. Le strategie del mercato globale impongono che l’arte sia veicolata attraverso la sua visibilità per così dire “didattica” attraverso l’informazione e la successiva risposta del mercato. Un artista che abbia grande visibilità dovrebbe crescere anche nel mercato, con tutte le conseguenze che questo comporta. Rialzo dei prezzi, creazione di un contesto preciso, riferimenti al valore storico critico, surplus culturale. Eppure non è mai un caso che gli artisti di cui si parla siano già all’interno di questo mercato. In un certo senso è proprio l’essere dentro al mercato che fa di un individuo un artista. Soprattutto nel caso di processi creativi non altrimenti verificabili il mercato diventa la prova, la cartina al tornasole della qualità stessa dell’opera. A questo punto allora appare chiaro che tutto ciò di cui abbiamo detto prima è solamente elusivo, qualcosa di ideale di cui vorremmo poter discettare, quali valori culturali, qualità e altro dell’arte, ma poi in sostanza quello che viene riconosciuto come valore è soltanto ciò che si vende. Anche se noi volessimo fare un’azione di totale estraniazione da questo contesto “libertario”, la constatazione di un’impossibile riduzione o elevazione a qualità monetaria di un’opera artistica la pone al di fuori del sistema di verifica culturale nel contemporaneo. Chi non capisce nulle dell’arte capirà certamente quanto costa un’opera e potrà anche dannarsi l’anima col dire che non vale niente, ma il fatto rimane. Quell’opera vale i soldi che l’hanno pagata, è la sua conferma di qualità.
    Ritorniamo al discorso della critica e della cura critica. Abbiamo detto che la qualità e la professionalità di questi attori del sistema è cresciuta molto. Ci sono molti più autori nel campo della cura e della critica ma nessuno di questi ha la forza di realizzare un progetto che possa determinare scelte e averne conferma del mercato. D’altra parte anche i grandi curatori di qualche decennio addietro hanno di molto ridotto le loro identità per poter avviare un percorso di conferma nel mercato. Celant ha dovuto bloccare la storia dell’arte per conferire alla sua visione dell’Arte Povera una dimensione economica: Achille Bonito Oliva, che pure aveva curato mostre di grande livello come Contemporanea, solo attraverso la Transavanguardia è riuscito a produrre questo feed-back fra proposta e realizzazione economica nel mercato. E probabilmente se non avesse fatto queste scelte oggi pochi ricorderebbero quanto aveva inciso prima. Adesso che il sistema è enormemente parcellizzato, il critico ed il curatore che voglia vivere nel libero mercato non può che operare sulle scelte già date da questo. La sua professonalità è tale da poter ovviare all’evidente resa del processo di verifica storico critico con la misura delle sue parole e delle sue ideazioni, ma sempre all’interno di scelte già comprovate e misurate dal mercato. L’obsolescenza di determinate scelte critiche compiute da grandi storici del passato recente, come Argan, dimostrano che sulla qualità critica dell’opera possiamo sempre discettare ma sul suo valore storico, se di storia del presente, dobbiamo chiedere ai parametri economici, quindi al beneficiario di ciò: il mercante d’arte. Cosa ne pensa? E allora chi sceglie? Il critico o il mercante? Chi fa la storia? Certo è triste e davvero riassuntivo porla in questi termini ma la realtà è questa. Possiamo realizzare tutte le mostre che vogliamo ma se non ci si mette dentro l’energia del mercato facciamo soltanto documentazione e non assumiamo alcun peso politico, nel senso pratico del termine. La critica contemporanea, la divulgazione da rivista, la cura, sono tutti percorsi individuali che lo storico critico può compiere ma se vuole essere riconosciuto politicamente come tale allora deve interessarsi di ciò che si vende e se si interessa solo di questo in cosa consiste la sua visione critica? Di una scelta fra le varie già offerte dal mercato? D’altra parte della sua visione critica non possiamo farne un sistema di mercato e allora è logico che le istituzioni, i musei, le grandi rassegne vedano e peschino soltanto all’interno della realtà “qualitativa” decretata dal mercato con la consapevolezza che all’interno del cerchio si sopravvive mentre della visione critica possiamo anche provarne fastidio. E d’altra parte quale mercante vorrebbe lasciare che le sue scelte siano nelle mani dello storico critico? Chi vorrebbe convalidare una storia di cui non sia artefice? Lavorando con la cura critica si avrà la percezione di questo distacco fra visione delle scelte e necessità delle risposte: la professionalità si costruisce nella qualità dello scritto e dell’allestimento, dove non c’è coinvolgimento che non sia semplice misura di un profitto anche soltanto evocato. Se non fosse così non avremmo percezione di questo ampio girone circostante, numero e pubblico del sistema che avvolge e gratifica, in cui artisti e critici hanno sterminate modalità di attuazione dei propri propositi ma nella realtà nessuna conferma di qualità in termini concreti nel sistema di mercato. Quando ci accorgiamo d’una debolezza del settore contemporaneo, in particolare italiano per la sua assenza, paragonandolo successivamente col gigantismo museale presente nel sistema di mercato, non possiamo recriminare fra istituzioni mancanti e realismo delle scelte. Si tratta di un’ovvia conseguenza delle scelte (decisioni) di chi gestisce politicamente e ha oggi deciso per l’apparenza piuttosto che per l’esperienza. Si tratta, infine, del collasso attitudinale di tenere separati mercato e ricerca, profitto e prodotto e senza alcun diaologo tra le parti. Creando così istituzioni vuote d’appartenenza e specchio riflesso per le scelte abitate altrove e per la ridondanza di mercati del tutto sconosciuti e per noi estranei.

  4. admin: 12 febbraio 2009 | 08:53 |

    Gentile signor Filippo, comprare una carta ad un prezzo adeguato non è un affare inutile, il fatto sta nel conoscere da chi si sta comprando, capire che tipo di carta è, riconoscere un eventuale intervento manuale nel soggetto ritratto. Cerco di spiegarmi meglio: un gallerista serio, se non vende esplicitamente poster quindi stampe seriali di numero alto, dovrebbe garantire una tenuta del valore anche delle carte, ovviamente non tutte le carte sono uguali. Ci sono carte che hanno visto il ritocco a mano dell’artesta e la firma apposta all’opposto della tiratura o della descrizione (di solito a matita), così come ci sono copie a tiratura alta nel caso delle prime il valore è più alto nel secondo caso è di gran lunga più basso. Bisogna cercare di capire il carattere fotografico, litografico e serigrafico di quelo che si acquista ed anche in questo caso per ogni tipo c’è una scala di valori. Insomma il mondo delle carte è complesso, tuttavia per capire cosa si sta acquistando c’è un metodo che forse vale più che per le opere manuali. Prima di acquistare fare una piccola ricerca su motori web tipo ARTPRICE, e vedere se di quell’artista oltre alle classiche opere siano state vendute all’asta anche le carte, fare un piccolo calcolo dell’andamento delle vendite ed il gioco è fatto. Ci tengo a dire però che ARTPRICE non è la bibbia dell’arte, può aiutare ma nulla di più. Il mio consiglio caro signor Filippo, è sempre quello dell’articolo, compri quello che le piace senza troppi calcoli sull’investimento, anche perchè non è detto che l’artista da lei scelto non possa iniziare ad essere quotato. Un’ultima cosa, quando le gallerie le ridono dietro non accettando la permuta, è solo perchè il prezzo di partenza era troppo alto e non potrebbero abbatterlo per un eventuale carico sul nuovo acquisto, ovviamente se il prezzo è irrisorio, è inutile chiedere la permuta.
    Spero di averle risposto.

  5. admin: 12 febbraio 2009 | 08:58 |

    Gentile signor Nico, non ho capito la domanda, ma la sua dissertazione accademica mi piace e quindi la pubblico. Ha mai pensato di creare anche lei un blog sull’arte?
    Saluti

  6. admin: 12 febbraio 2009 | 09:03 |

    Gentile signor Cesino, semplicemente grazie.

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