Già e non ancora, l’arte di Patrizia LoFeudo
Patrizia Lo Feudo è una attenta artista ricercatrice e tradizionalista allo stesso tempo. La sua arte ha una doppia valenza simbolica, la prima è l’attenzione alla realtà, la seconda è la certezza del futuro. La sua grande ricerca sta nell’applicazione degli equilibri delle sue composizioni, che prendono consistenza solo dopo un lungo ed accurato studio delle tecniche tradizionali dei grandi maestri del passato. Ogni opera è un’esaltazione della bellezza catturata nell’istante e resa infinita nel limite dell’opera. La definizione precisa dei tratti dei soggetti che porta su tela, spesso contrasta apertamente con i fondi, mettendosi in primo piano e misurando così il canone di bellezza che Patrizia ci offre, il risultato finale ci lascia spesso un senso di estrema compiutezza. Ogni forma è meditata, misteriosa, pura, i suoi ritratti sono un vero e proprio elogio del bello e inarrivabile, del non visto ancora da scoprire. Attenzione speciale, meritano i soggetti femminili della LoFeudo, che uscendo dalle condizioni delle regole accademiche, diventano realistici talmente tanto, che non possono non venire allo scoperto in quanto ritratti creati, rafforzando la magnificenza che solo la rappresentazione della bellezza può regalarci. Difatti l’essere umano non è perfetto, mentre il ritratto dell’umano si, perché esso inizia da quando emerge alla luce, e non ha storia ma solo futuro.
L’artista questo concetto lo trasporta bene nei suoi lavori, in particolare mi ha colpito l’opera “Trittico” dove si vede il percorso in immersione di una donna che penetra l’acqua e riemerge da essa, donandoci una sensazione di dolcezza e di movimento lento ma al contempo fragoroso che solo l’acqua dopo un tuffo, nella realtà, ci sa donare. Patrizia, è brava a fissare l’attimo e dare il via all’avvenire dell’opera. Ha studiato ogni minuzia, le prospettive sono perfette, le proporzioni al millimetro, ma questo non toglie la sensazione di istintività che l’immagine ci richiama, ed è proprio questa la grandezza di Patrizia, saper donare alla tela una sensazione di infinito partendo dallo studio minuzioso dei particolari in un ideale percorso che sembra suggerirci: già e non ancora.
Colazione da Luca Renna
Intervista di Viviana Amati per Salento in Bocca.
Avevo da tempo segnato sulla mia agenda questo incontro: sabato mattina, ore dieci, appuntamento con Luca Renna. Il primo interrogativo che mi si è palesato è stato chi mi ritroverò di fronte?! Un gallerista ingessato nelle sue posizioni neo trendy? Un puro economista dell’arte? Un surrogato di parole pompose e sterili?! In realtà l’incontro è stato piacevole e sorprendente e l’intervista è risultata una chiacchierata all’insegna del bello e del sentimento nell’arte. La prima domanda che ho posto al, giovanissimo, gallerista/critico era scontata ma essenziale per rompere il ghiaccio e permettere a Luca Renna di raccontarsi.
Cosa ti ha spinto a trasformare la tua “passione” in lavoro a tempo pieno?
La passione stessa, che nasce dalla situazione in cui ti trovi. Sono cresciuto in una casa piena di quadri e tutto è nato da quei “disegni sui muri” da qui è nata la passione. Sostengo che chi ha il Museo degli Uffizi sotto casa è educato al bello, chi ha il Museo Provinciale sotto casa è educato ad un altro tipo di bello. Dico questo tenendo conto che ci sono le dovute eccezioni, intelligenze e accorgimenti.
La tua propensione per le arti è stata approfondita con una formazione accademica?
Si ho conseguito la laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, poi sono andato negli Stati Uniti, in California, lì ho seguito un corso alla Pacific University sul “Brutto nell’Urbanistica Contemporanea, un corso di studi molto particolare. Finito in California sono andato a Toronto dove ho studiato il “Lost in translation del meta-significato artistico”, e da lì è partita l’idea di aprire una galleria.
A questo punto la domanda mi nasce spontanea, sarà banale ma ti devo chiedere cosa ti ha spinto a tornare in Italia e ad aprire una galleria, te lo chiedo alla luce delle dinamiche a cui oggi assistiamo, ovvero chi riesce a lasciare il nostro Paese difficilmente torna a casa.
In realtà non sono mai tornato a casa, questo è un lavoro un po’ particolare, globale.
Cosa vuoi dire si “tratta di un lavoro particolare globale”.
(ride) Come un grande chef è chiamato dove serve così un critico è pronto a partire dove lo si richiede.
In cosa consiste il tuo lavoro?
Nella realizzazione di sinergie di contatti umani tra me e gli artisti. Capita spesso che gli artisti chiamino i critici per formulare dei pareri e da lì parte tutto.
Mi pare di capire che di fondo vi è una forte ambivalenza tra il ruolo di critico, al quale spetta formulare pareri, e il gallerista, al quale spetta il compito di commercializzare e rendere fruibili le opere. Questi due aspetti riescono a convivere fra di loro e se sì, come?!
Intanto convivono perché ai primordi nascono insieme. Ripercorrendo storicamente la storia dell’arte ci si imbatte in personaggi che non solo erano gli artefici delle opere artistiche ma erano anche i mercanti di se stessi. Con il tempo, diciamo per problemi legati a vari aspetti culturali e inerentemente a dinamiche di profitto sono state un po’ scisse le cose. Il critico d’arte è un battitore libero, può essere un grande appassionato d’arte, un avvocato o un medico, un professionista in genere, ma fondamentalmente deve avere grande passione. Nel mio caso si sono sposate due realtà: la realtà della galleria, che nell’animo nasce dopo, e il voler fare il critico d’arte che è la vocazione primaria. L’apertura dello spazio espositivo non è stata una necessità ma un riconoscimento alla coerenza con cui svolgo il mio lavoro. E’ l’unico riconoscimento vero che do al fatto di aver aperto un galleria. Io facevo tutto un altro lavoro prima.
Qual è il ruolo dell’economia in questo settore? Che posizione le dai?
Io la posizionerei sicuramente non al primo posto ma di fatto, purtroppo, si posiziona in vetta.
A cosa dai il primo posto?
Sicuramente all’esperienza che si acquisisce nel guardare un’opera d’arte, l’idea che si possa provare un sentimento nuovo ogni qualvolta che si vede una cosa bella è la cosa che mi muove per primo.
Quindi dai il primo posto ad un lato emozionale?
No, direi ad un dato più intimo dell’emozione perché mi ritengo un po’ artista anch’io. Sostengo che un’opera d’arte è tale quando viene compiuta dagli occhi di chi la guarda. Altrimenti non c’è. Chi mette la firma, tutte le volte, su un’opera, è chi la guarda quindi non solo chi la fa, ma anche chi la ammira. Tempo fa un’artista, io chiamo tutti artisti, soprattutto quelli che si autodefiniscono tali, mi disse “ io sono un vero artista perchè ho l’energia dentro” per me il problema è che questa energia se non è supportata anche da creatività e da un’idea rimane una grossa energia. Io non credo di avere quell’energia dell’arte, ma penso di poter essere un attore nelle opere che vedo completandole, per questo mi piace fare il critico d’arte.
Come funziona esattamente la filiera creativo, critico d’arte, gallerista?
Per prima cosa è un lavoro vero e proprio. Dire che questo lavoro lo faccio gratis non sarebbe vero! Non ci crederesti! (ride) Ti spiego come nasce il critico d’arte classico, nell’accezione di moderno, parlo del critico attuale e non lo definisco contemporaneo in quanto sarebbe come parlare del critico di domani. Il critico tipico, solitamente sopra i cinquanta, lavora con gli artisti sotto commissione per formulare giudizi. Io differentemente, voglio conoscere gli artisti con e per i quali lavorerò, devo credere che possano avere l’energia e la creatività che corrispondono a dei miei criteri personalissimi. Soltanto nella prospettiva di un percorso che ci vede lavorare uno affianco all’altro entro nel merito al discorso economico. Se mi viene chiesta una recensione a scatola chiusa non la faccio, perché non ci credo.
E’ una scommessa la tua?
Sì, è una scommessa, perché credo che si debba conoscere ciò che si dice. Se conosci realmente ciò che dici affermi realmente qualcosa, altrimenti affermi ciò che scrivono in tanti quasi in serie. Ci sono critici che usano il taglia incolla per anni.
Tu scrivi per riviste di settore, ti ha portato visibilità?
In molti mi riconoscono. Rimani sempre di Lecce, sono onorato e fiero di essere figlio di mio padre.
Ti sei tolto di dosso il provincialismo?
Ti racconto un aneddoto ce la dice lunga su come la penso. Un volta un docente del Sacro Cuore di Milano disse in un assemblea: “parlare della Cattedrale di Otranto potrebbe risultare un po’ provinciale” e un mio amico rispose: “scusa ma parlare di un Duccio di Boninsegna non è tale e quale? Parlare di Santa Maria del Fiore a Firenze non è tale e quale?” Questo per dire che se una cosa è provinciale è anche universale una cosa bella viene data al mondo per essere vista e soprattutto nasce da un luogo, da una città. Conseguentemente deve essere in primis campanilistica poi provinciale poi nazionale e quindi universale! Questo succede sempre, se una cosa bella è riconosciuta. Altrimenti non esiste nella visione globale artistica. Per tornare alla domanda io voglio essere provinciale in quanto riconosciuto e universale!
Ti senti un numero uno a Lecce?
A Lecce esistono bravi critici che fanno questo lavoro da molto tempo, e gallerie ben avviate. Ma no, non mi sento numero uno io faccio un lavoro un po’ diverso non giudico ma tendo a “crescere con”. Metto in crisi, e lo faccio perché mettendo in crisi qualcuno o qualcosa cresci e ti educhi.
Quale realtà metti in crisi qui a Lecce dove è quasi assente una realtà artistica tanto forte da riuscire a incrinare?
Mah in realtà esiste poco da mettere in crisi a livello nazionale e non solo locale! Devo dire che Lecce è in fermento da anni e attualmente non vi è uno sbocco. Siamo ad un punto in cui qualcosa deve cambiare. E’ come quando devi fare un buon piatto di spaghetti l’acqua bolle e bolle ma ad un certo punto la pasta la devi cucinare!!! Deve succedere qualcosa ma in realtà succedono le solite cose, questo tuttavia succede ovunque, a Lecce come a Milano.
Una delle ultime cose che hai visto nella nostra provincia che ti ha colpito?
Mi ha colpito un evento che deve ancora venire e che quindi non ho ancora visto. La mostra di Tonino Caputo che si terrà a Lecce nei locali di San Francesco della Scarpa. Il tributo a un figlio della nostra terra diventato famoso in giro per il mondo ripeto per il mondo, mi ha stupito perché è il più grande atto di rispetto ad un importante artista Salentino, che non si è venduto ai più grandi del momento. Bè, tornare a Lecce ancora in vita e dedicargli una mostra sarà importante. Queste sono forse le prime bollicine del fermento che necessita questo settore.
In merito al riutilizzo di determinati spazi “brutti nell’urbanisitica”vedi qualche novità?
Nel panorama qualcosa si muove ma tranne le Officine Knos tutte le altre cose scimmiottano gli spazi Pac Milanesi. Le Knos escono fuori da questo schema.
Credi che dovremmo trovare un modo originale per proporci?
No, credo che si debba trovare un modo nuovo per proporci. Il nuovo è diverso dall’originale: l’originale parte da qualcosa che esiste mentre il nuovo è uno sconvolgimento del reale verso altro.
Dobbiamo trovar nuove provocazioni.
Si, per far bollire l’acqua cheta bisogna lavorare molto.
Pensi che il tuo lavoro possa apportare nuovi fermenti a questa città dal punto di vista artistico?
Penso che chi crede che da solo può essere una spinta per andare avanti e cambiare delle cose dice una grande menzogna! Io posso essere una spinta se me ne viene data l’opportunità e i mezzi. In altre parti d’Europa mi cercano qui ancora no!
I tuoi progetti?
Attualmente, ho l’obiettivo di far nascere i Nuovi Romantici Contemporanei, sono all’opera con un gruppo di ragazzi, che tra loro non si conoscono neanche, che hanno eseguito lavori molto interessanti; sono giovani che emergono dalla media accademica e richiamano molto, nei loro lavori, ad un romanticismo evidentemente non fuori luogo ma attuale. Potremmo chiamarlo Neoromanticismo Contemporaneo. L’idea di lavorare ad un progetto con alcuni di loro nasce dal fatto che io li ho visti e si sono fidati di me, altri li contatterò a breve.
Altri progetti?
Sto lavorando all’estero ad un progetto che prende il nome di “Unmetroperunmetro” tutto attaccato (ride) . Questo è un lavoro che ha come tema i diritti dell’uomo rappresentati in un metro quadrato. Praticamente sono stati coinvolti artisti importanti ed emergenti che dovranno, con le loro opere, descrivere i trenta articoli del codice dei diritti dell’uomo, in uno spazio – supporto di un metro quadrato. L’idea ha fatto discutere in alcuni ambienti, a Lecce magari, non lo sa nessuno. L’ignoranza di informazione non nasce da una volontà, pur tuttavia è un fatto che non si sappia nulla, comunque per ora va bene così.
Credi che qui manchi l’interesse da parte di chi dovrebbe sostenere il sistema dell’arte?
In realtà è il sistema dell’arte che va incontro a chi ha la necessità. Il vizio è nel mancato ricambio generazionale di chi dovrebbe occuparsi del settore e quel ricambio viene a mancare in virtù di meccanismi che non lo consentono, di paure per il futuro, ed altre cose che ne io ne te conosciamo.
Siamo vicini ad una svolta?
Penso che il cambiamento sia nell’aria, certo molte volte la storia insegna si perdono molti geni aspettandolo.
Posso concludere l’intervista citando una frase che lessi tempo fa in un saggio di economia dedicato all’arte “ Un pittore di talento difficilmente entrerà nei libri di storia dell’arte se non incontra chi decide di puntare su di lui” , Luca Renna punta molto sulla componente umana degli artisti con I quali lavora e lavorerà e non dimentica, come diceva Schumann, che “illuminare la profondità del cuore umano è il compito dell’artista”.







