City of Angels
City of Angels
Tutte le volte che pensiamo agli angeli pensiamo a creature spirituali, incorporee ma personali, dotate di intelligenza e volontà propria, oppure ad esseri visibili, quelli con il più alto grado di perfezione. La storia delle arti è piena di simbolismi angelici, sono stati scritti libri, girati film, ispirate musiche e soprattutto è stata prodotta una vastissima iconografia nelle arti figurative. Per tutti questi motivi non sembrava cosa facile presentare quella che in un primo momento mi pareva un’ennesima mostra sui nostri custodi per antonomasia. In effetti, così non è! Questa mostra è molto di più che un ulteriore omaggio a “quegli” angeli, questa mostra ha la pretesa di mostrare gli angeli nascosti nei quali giornalmente ci si imbatte. L’angelo di cui trattiamo in questa mostra è tutto quello che oggi distrattamente non si riesce a cogliere nel quotidiano. La bellezza dei colori che ci vengono dati da un tramonto, gli occhi di un bambino sgranati sul mondo, l’istantanea di un semaforo rosso immerso nella notte, ma anche le persone che si incontrano, quelle che si vedono e quelle che non si vedono, chi ti passa accanto, i senza volto, gli uomini e le donne seduti sul nostro stesso tram, quelli che camminano nella nostra stessa direzione e le migliaia di persone che sappiamo esserci senza saper nulla di loro. Sono gli angeli delle città, sono coloro che popolano gli spazi che viviamo anche noi. Questa mostra non ha la pretesa di chiudere il cerchio sul nostro visibile quotidiano, ma ha una ambizione chiara, ingrandire sempre più la domanda di significato che la vita ci propone. Per visitare questa mostra non c’è bisogno di grande esperienza artistica, c’è bisogno di saper sognare ad occhi aperti e di saper guardare la realtà una volta finito il sogno. Accardi, i fratelli Vaccari, Sambiasi e Zakamoto, hanno in comune poco a guardarli dal lato tecnico, ma ognuno di loro è custode geloso di un proprio sentimento artistico, che sfocia in una spiccata sensibilità al gusto del bello non solo nell’apparire ma anche nella sostanza dell’essere opera d’arte, come se ogni loro lavoro venisse fuori con un’anima vera, capace di mostrare, ad uno spettatore attento, le città e i luoghi di cui quegli angeli invisibili sono gli eterni guardiani.
Luca Renna
Lecce, 8 - 24 gennaio 2010 Raphael Art Gallery
Milano, 1 - 30 marzo 2010 Spaziosemp10ne
Ida Luzzi: la realtà sulla tela
L’artista Ida Luzzi, fa parte di quel sempre meno nutrito gruppo ideale di artisti che potrebbero essere definiti ri-creatori della realtà. L’interesse e lo studio per la scoperta visiva di nuovi itinerari da seguire sulle rotte del vero, ha fatto di Ida Luzzi una vera e propria precettrice nell’uso dei colori, che aggiunti ad una innata creatività, rendono i suoi lavori autentici e singolari per impatto visivo e resa finale.
Autodidatta, nelle sue opere fa intravedere un desiderio di interpretazione del bello, quel bello che il cervello dell’uomo moderno è abituato a decifrare con dei canoni ben precisi, e che la pittrice invece riesce a “spiegare” con la non semplice riproduzione della realtà. Per Ida Luzzi tutto è un grande messaggio, ogni icona trasportata nei suoi lavori, così come ogni identificazione metaforica, riporta ad un segno che va oltre la visione statica, ma che ha la pretesa di cogliere l’attimo che non tornerà più. Il ritratto dei valori di oggi, l’esame della bellezza tale quale e l’attrattiva per il mondo così com’è, sono solo alcuni dei temi che questa artista contemporanea trasporta nei suoi lavori. Nelle sue opere i protagonisti hanno volti seri, il cielo veste l’abito delle occasioni da ricordare, ogni opera diventa palpabile quasi esperienziale, ma come in un magico contrasto, il colore irrompe donando una speranza giammai spirituale ma certa, a chi guarda. L’uso del colore in modo non accademico segna un passaggio al positivo da un ideale sviluppo fotografico in bianco e nero del ricordo che spesso le immagini di Ida Luzzi potrebbero ricordare, togliendo così ogni fraintendimento dalla chiara intenzione dell’artista che è semplicemente, ma non banalmente, cogliere un attimo della realtà e trasportarlo sulla tela.
La grande domanda di Fabio Cappello
Qualche anno fa ad una mostra nel centro della città di Lecce, vidi tra le tante opere esposte alcune che attirarono la mia attenzione in modo particolare. La loro consistenza, seppur informale, lasciava spazio ad una serie di letture trasversali, che davano un respiro particolarmente denso di significati.
Vidi dapprima un’esplosione di colore, che lasciò spazio in breve tempo ad un ricco lavoro di luci ed ombre che facevano intravedere un paesaggio, poi un profilo, spostandomi dal riflesso della luce scoprii altri colori, ed altri ancora. Mi riempii di entusiasmo questo tipo di lavorazione, e cercai quindi di approfondire. Presentandomi all’artista, mi trovai di fronte un uomo composto e decisamente non eccessivo, la sua figura contrastava apertamente con le sue opere e con quel lavoro da maestro d’arte. Dopo qualche tempo capii che dietro alle opere di Fabio Cappello c’è tutta la sua anima, c’è la richiesta di un animo sensibile di poter essere aiutato a venire allo scoperto, c’è un grido, che trova l’acuto più alto solo quando ha innanzi la tela finita.
Il filo che unisce i pensieri alle opere di Cappello è un intreccio a doppio nodo con la sua grande passione per il colore, ma è anche e soprattutto una grande domanda di significato che l’artista porta dentro di se. Cappello crea la casualità in modo ordinato, riesce a gestire il disordine dei colori, dona effetti visivi con il rapido movimento degli strumenti regalandoci delle opere emozionanti perché piene di dramma e passione. Lo stesso dramma e la stessa passione che muove l’animo dell’artista nel creare le sue opere, con la stessa carica emotiva e gli stessi interrogativi di un uomo sempre pronto a stringere la realtà e chiedere l’infinito.

Già e non ancora, l’arte di Patrizia LoFeudo
Patrizia Lo Feudo è una attenta artista ricercatrice e tradizionalista allo stesso tempo. La sua arte ha una doppia valenza simbolica, la prima è l’attenzione alla realtà, la seconda è la certezza del futuro. La sua grande ricerca sta nell’applicazione degli equilibri delle sue composizioni, che prendono consistenza solo dopo un lungo ed accurato studio delle tecniche tradizionali dei grandi maestri del passato. Ogni opera è un’esaltazione della bellezza catturata nell’istante e resa infinita nel limite dell’opera. La definizione precisa dei tratti dei soggetti che porta su tela, spesso contrasta apertamente con i fondi, mettendosi in primo piano e misurando così il canone di bellezza che Patrizia ci offre, il risultato finale ci lascia spesso un senso di estrema compiutezza. Ogni forma è meditata, misteriosa, pura, i suoi ritratti sono un vero e proprio elogio del bello e inarrivabile, del non visto ancora da scoprire. Attenzione speciale, meritano i soggetti femminili della LoFeudo, che uscendo dalle condizioni delle regole accademiche, diventano realistici talmente tanto, che non possono non venire allo scoperto in quanto ritratti creati, rafforzando la magnificenza che solo la rappresentazione della bellezza può regalarci. Difatti l’essere umano non è perfetto, mentre il ritratto dell’umano si, perché esso inizia da quando emerge alla luce, e non ha storia ma solo futuro.
L’artista questo concetto lo trasporta bene nei suoi lavori, in particolare mi ha colpito l’opera “Trittico” dove si vede il percorso in immersione di una donna che penetra l’acqua e riemerge da essa, donandoci una sensazione di dolcezza e di movimento lento ma al contempo fragoroso che solo l’acqua dopo un tuffo, nella realtà, ci sa donare. Patrizia, è brava a fissare l’attimo e dare il via all’avvenire dell’opera. Ha studiato ogni minuzia, le prospettive sono perfette, le proporzioni al millimetro, ma questo non toglie la sensazione di istintività che l’immagine ci richiama, ed è proprio questa la grandezza di Patrizia, saper donare alla tela una sensazione di infinito partendo dallo studio minuzioso dei particolari in un ideale percorso che sembra suggerirci: già e non ancora.
Franco Baldassarre: ovunque è qui
Parlare di un artista come Franco Baldassarre è al contempo cosa ardua e facile. Ardua perché di lui hanno detto molto in tantissimi, e perché la sua poetica artistica ha il dono di essere intelligibile universalmente, di contro, la facilità nasce dai sentimenti sempre nuovi che questa meravigliosa e personalissima poetica scaturisce.
Le visioni di Baldassarre riproducono la gioia di vivere, la festa, lo splendore del momento felice, lasciando infondo un retrogusto malinconico, per quel momento ritratto che come tutte le cose prima o poi finirà. Baldassarre blocca i momenti senza sentimentalismi, la banda che suona così come la folla festante, sono lì adesso, non sono il ritratto di qualcosa che è stato, ma vivono nell’opera. Sicuramente si ispira a scene e colori del suo Salento, ma in verità le sue opere non hanno tempo e spazio e per questo non sono collocabili in un determinato posto, anzi raffigurano l’ovunque, il mondo nella sua totalità, come una lente d’ingrandimento sul più piccolo e più piccolo ancora fino ad arrivare alla festa di qualunque paese, coi colori di qualunque terra e la gioia senza frontiere. Anche I suoi clown non sono collocabili, sono i clown di Baldassarre che “vivono” li, pronti ad entrare in scena quando vengono scoperti, quando la luce irrompe, a far riemergere i colori. La sua tecnica è sorprendente per resa ed effetto finale, infatti usa gli acrilici sul legno, come se fossero smalti, rendendo una lucentezza ed un contrasto di colorazione da manuale, con le trasparenze in sovrapposizione come se stesse usando l’olio o la tempera alla caseina. E sicuramente questo è l’unico segreto che Baldassarre non rivelerà mai a nessuno, lasciando così la voglia di interrogarsi e di scrivere ancora su di lui per molto e molto tempo ancora, cercando di rendere omaggio a quella complicata semplicità delle sue opere, e alla semplice grandezza dell’uomo e dell’artista.
Marina Martucci
Marina Martucci è una giovane pittrice. Di quelle talmente avvolte nel sentimento dell’arte che sembrano essere parte integrante delle proprie opere. Marina conclude con se stessa le sue creazioni a tal punto da divenirne “ingrediente” finale di quello che dal suo genio viene fuori. Artista mentale a tutto tondo, senza mezzi termini, senza eccessi e manie di protagonismo, Marina si svuota dinanzi alle sue opere riuscendo a dare un pezzo della sua anima a quei piccoli grandi capolavori che partorisce.
Pittrice geniale, sperimentatrice di ogni nuova tecnica che accompagna sempre con tecniche antiche, le sue opere devono essere guardate per farle vivere, perché quando si abbassano gli occhi scompaiono dietro ai significati che si portano dentro.
Introspezioni dell’animo, desiderio di compiutezza, e consapevolezza di essere creature finite, sono gli ingredienti comprimari delle opere di Marina, che accompagnati dall’uso dei colori fanno venir fuori lo spessore della domanda di significato che ognuno di noi ha. Saggia utilizzatrice dell’arte, si mette alla prova sperimentando sfumature in-naturali che sembrano essere nate per essere li in quel momento, coglie particolari microscopici della realtà riportandoli sulla tela ingranditi e connessi come sol cosa, inserisce l’ombra con maestria d’altri tempi, non disegnandola, ma portando la luce esterna come attrice non protagonista dei suoi quadri, regalando così degli effetti continui come se l’opera fosse desiderosa di essere in-finita. Già e non ancora!
Per parlare di Marina sarebbe facile recuperare una correlazione immediata con la poesia, il rumore della crescita dell’erba, l’interiore necessità di attribuire significati alle cose, o le idealità assolute, né materiali né psicologiche di maestri del passato, oppure parlare di astrattismo come arte che non riproduce il visibile ma rende visibile. Eppure Marina è tutto e nulla di questo, crea il visibile e quello che non si può vedere, crea reticoli, tessiture, intrecci pittorici che piano piano si fanno “incontri” con la linea, col punto, col segno, con l’elemento spaziale, con la struttura della pittura e con la forma che ne scaturisce. Ogni sua opera è accompagnata da una poesia che non è altro che la parola di quello che ci è dato da vedere.
Filippo Flaminio
Filippo Flaminio è un giovane artista sperimentatore. Appassionato creatore di effetti, Flaminio trova il suo punto di forza nell’instancabile ricerca che lo porta a rappresentare su svariati materiali, ma il suo preferito è il ferro zincato, illusioni ottiche e forme sinuose di crescente intensità e di forte suggestione. Difatti non è secondario il supporto alla tecnica in quanto Flaminio crea tutto della sua opera, taglia il ferro zincato della misura giusta, lavora sulle dimensioni e sulle prospettive con speciali pennarelli allo smalto, crea forme e unioni di colori imprevedibili gioca con le profondità, e alla fine aggiunge pure la cornice anch’essa facente parte dell’opera.
Taglia il plexiglas su misura, lo modella, inserisce il ferro lavorato tra le lastre, aggiunge la cornice della materia trasparente e fissa il tutto con delle grosse viti che saranno i punti d’aggancio alla parete. Si ha così un sorprendente effetto per il quale la lastra colorata sembra librarsi in aria circondata da una cornice trasparente. E’ proprio questa una delle suggestioni che Flaminio ci regala, sapere che il trucco c’è ma accontentarsi della bella magia. Ancora molto giovane per pareri definitivi di stile, sicuramente Flaminio rientra tra gli artisti di nuova generazione con grosse potenzialità espressive e concettuali. Ogni sua opera fa intravedere la ricerca e lo studio e fa dimenticare di avere di fronte un autodidatta, sembra un “nuovo concettuale” che si mette alla prova con sperimentazioni che intrecciano l’antico e la tradizione con il moderno e l’innovazione.
Per meglio esprimere il sentimento artistico di Flaminio non mi resta che far parlare egli stesso citando una sua frase molto descrittiva e che a mio dire spiega, più di tutte le parole che si possano dire, la vera anima dell’artista: Ho dipinto stati d’animo, scrutando dentro di me, provando ad esprimerli attraverso materiali e mezzi nuovi, ho provato ad esprimerli sulle mie “tele fredde” una felicità ed una gioia di vivere per poi ritornare a manifestare l’angoscia e la paura di un solo momento… non so quale sia la mia vera arte, il mio vero sentimento, la mia vera anima, ma qualunque sia l’ispirazione che mi porta a comunicare positiva e negativa, mi consente di sperimentare l’allargamento del concetto sensoriale della singola persona per arrivare ad una condivisione d’emozione con chi avrà “il buon cuore” di vedere un mia opera.
Jean Debroux

Visitatore casuale del nostro paese, il pittore belga Jean Debroux si entusiasma e ne apprezza la cultura, le tradizioni locali salentine, le “atmosfere”. Rivela di gradire i caratteristici sapori, odori e visioni che si respirano nei borghi antichi sia di città che nelle frazioni marine.
Estroso e ispirato, compone schizzi e attimi di vita che lo colpiscono particolarmente per poi riprenderli in memoria e realizzare opere di grande e apprezzato impatto visivo.
Il suo pennello talentuoso segue una corrente artistica, il fauvismo che lo entusiasma per la libertà e innaturalezza dei colori e per l’uso di linee dure e spezzate. Piacevolmente e onorevolmente, Debroux preferisce il salento come terra eletta, rifugio dorato, seconda casa, infatti soventi sono le sue visite e le sue esternazioni di quanto stimolante sia la permanenza in un luogo così magico per se stesso sia come uomo che come artista.
Fin dall’adolescenza Jean Debroux rivela la sua inclinazione per l’arte e la pittura e inizia ad usare l’olio, aiutato soprattutto dallo zio e grande pittore Franz Willems che lo inizia sempre più in questo mondo creativo.
E genio e creatività Debroux li svela fin da subito.
Inizia a frequentare lo studio di Delvaux di cui è un discepolo di gioventù.
Durante il periodo dell’accademia che frequenta a Bruxelles incontra grandi maestri come Pol Verswyver, Alhadeff e l’espressionista Chapellier.
Approfondisce gli studi artistici esplorando le tecniche e le peculiari caratteristiche del fauvismo.
Le opere di gioventù sono in gran parte paesaggi e scorci urbani, vicine alle peculiarità dei fauves: colore puro, pennellate brevi, composizione frenetica e mancanza di interesse per la prospettiva o per la pittura realistica. Crescendo e girando il mondo Debroux ha cominciato a sperimentare altri stili. L’influenza dei suoi maestri l’ha portato a preferire colori più pacati e composizioni più discrete. Da molti anni realizza opere geometriche di influenza cubista ma con uno spiccato gusto estetico introducendo anche forme di rottura dalla tradizione del movimento picassiano. I suoi ultimi lavori mostrano l’influenza di vari stili, tra cui spicca l’arte classicista francese improntata a un chiaro orientamento verso forme realistiche, derivategli da i suoi frequentissimi viaggi in Italia. L’arte di Debroux si basa sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso incisivo del colore puro, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela. L’importante nei quadri dell’artista belga non è, come nell’arte accademica, il significato dell’opera, ma la forma, il colore, l’istinto. Partendo da suggestioni e stimoli diversi, Debroux ricerca un nuovo modo espressivo fondato sull’autonomia del quadro: il rapporto con la realtà visibile non è più naturalistico, in quanto la natura viene intesa come repertorio di segni al quale attingere per una loro libera trascrizione.
E gli stimoli e le suggestioni sono la luce, i colori vivi e puri.
Per Debroux la grandezza di ogni sua opera è data dall’immediatezza con cui la compone.
Si discosta da quella visione di riproduzione della realtà oggettiva poichè il suo è un percorso specificatamente soggettivo esaltato da un disinvolto uso dei colori per ottenere poi effetti cromatici vivaci e molto luminosi.
E’ particolarmente entusiasmante e leggiadro il fascino femminile che non sfugge all’occhio artistico di Debroux tanto da immortalarne nelle sue tele le espressioni, la grazia, la passione della donna esaltando tutto in un artificio unico di tratti e colori.
E si rivelano le movenze discrete ma audaci di una “femme pensive”, le espressioni sfuggenti ma ammiccanti di “Catherine”, la sensualità di un gesto al contempo semplice e pudico di una donna che siede, la spinta istintiva di un abbraccio materno.
E’ autentico lo stile del pennello che alterna tonalità forti e contrastanti a giochi di luce che filtrano e illuminano lati nascosti.
E’ dunque lo sviluppo dei colori e delle geometrie che rendono eccezionalmente apprezzato l’artista che presenzia nelle più importanti collezioni private di tutto il mondo.
Giocosa o materna, ammaliatrice o casta, è sempre la donna la protagonista nella vita artistica di Jean Debroux.
Marco Tommaso Fiorillo

Oggigiorno è veramente difficile confrontarsi con i giovani artisti sempre più pervasi dalla moda dell’arte, per intenderci quelli che sembrano delle opere colorate su due gambe che camminano, oppure quelli che cercano la denuncia a tutti i costi con il risultato di scimmiottarsi l’un l’altro, finendo poi per omologarsi e sembrare tutti uguali. Marco Fiorillo è un giovane artista talentuoso, senza eccessi, senza capelli colorati, molto serio e ricercatore instancabile della sua arte, ispirato si, ma mai uguale a nessuno. Confrontarsi con lui viene molto più facile, perché fa della sua esperienza il punto di partenza per poter affrontare il quotidiano richiamo al proprio sentimento artistico. Restauratore professionista, e artista da sempre, Fiorillo ha saputo unire le due esperienze, e nel suo studio riesce non solo a ridare vita ad opere di famosi artisti a volte dimenticati, conservati malissimo dal tempo, ma riesce a mettere soprattutto a servizio la sua bravura per la grande passione, riversando, dopo moltissima osservazione e studio, in ogni opera, i trucchi del mestiere dei maestri del passato che finiscono sotto la sua lampada di Wood.
Appassionato della scuola napoletana, nel tempo è riuscito a cogliere gli aspetti prospettici più belli di questa corrente inserendoli in contesti nuovi, per esempio un paesaggio costaricano o l’interno di un bar, caricando i colori e donando così contrasti unici per eleganza e continuità espressiva.
Fiorillo è riuscito con gli anni a rendersi indipendente dalla pittura accademica, uscendo dagli schemi classici delle dimensioni, dando valore egli stesso alle superfici vuote, riempiendole con le sinuose forme delle muse ispiratrici, o dei paesaggi che in un determinato momento si trova dinanzi agli occhi, senza mai modificare e perfezionare le naturali proporzioni/sproporzioni, lasciando intatte le imperfette perfezioni che la natura ci dona.
La pittura di Marco Fiorillo è pervasa dal sentimento che egli stesso porta dentro. Ogni tocco, ogni pennellata, parla di lui e di quello che ha visto e vissuto. Riesce a cogliere attimi ed istantanee che rende eterni sulla tela, non come semplici fotografie, ma come visioni cariche di ricordi e significati, ben oltre i colori e le forme che ci regala.
Raffaele Autunnale - Nuove Forme

Per parlare dei lavori degli ultimi dieci anni di Raffaele Autunnale, bisognerebbe fare prima delle premesse sul significato di informale. Cosa è veramente informale? Cosa può essere senza forma? In arte ogni gesto assume forme che vanno ad affiancarsi così nell’immaginario albo delle figure. Una macchia non ha forma predefinita, ha la sua forma, non è geometrica, ma introduce se stessa in una superficie nuova, quindi si disegna nell’istante in cui è creata. Raffaele Autunnale questo concetto lo ha capito bene, e ce ne dimostra frequentemente la sua applicazione. Le sue opere più recenti sono un elogio alla “nuova” forma, alla consistenza del gesto che prende dimensioni e volumi, indicando lo spazio necessario per trasformarsi da colore puro sulla tavolozza a figura sulla tela. Crea cerchi perfetti, curve sinuose, triangoli casuali, che si trasformano in veri e propri solchi sulla tela, lasciando così lo spazio per una terza dimensione: la profondità.
Usa gli smalti Autunnale, e ne esalta ogni vantaggio, ripone sulla tela ben preparata la risultanza mai casuale di ogni gesto compiuto con il pennello in mano, vive l’intensità immodificabile dello smalto che raggiungendo la tela è velocissimo ad asciugare, quindi difficile da coprire o da riparare.
Ogni sua opera è la risultanza di uno studio mentale, qualcosa che già vede prima ancora di fare, una ricerca di libera sperimentazione sul significato vero o recondito di ogni gesto che ha preso nuova vita. Nulla di astratto, se astratto vuol dire fuori dalla realtà, ma sicuramente preso dalla realtà, come particolare, come attenzione all’infinitamente piccolo, che diventa imponente sulla tela. Autunnale è scopritore di forme, non astratte, ma estrapolate dalla realtà, nell’attimo in cui porta alla luce una nuova forma, diviene spettatore come chiunque altro si trovi di fronte all’opera in quel momento, stupendosi come chiunque altro, esaltandosi come chiunque altro. Questa la sua grandezza, questo il suo genio.
Raffaele Autunnale usa i colori per esprimere le sensazioni, lasciando ad essi il compito di dare i significati, ogni sua opera è la sintesi assoluta di studio, sentimento e sperimentazione, che trova come risultato una armonia perfetta che appaga a pieno gli occhi ed il cuore di chi ci sta di fronte.
